VAJONT: SI RIPRENDERA’ A SFRUTTARE L’ACQUA. IL TORNACONTO PER SOCIETA’ ED ENTI LOCALI. I MORTI NON CONTANO PIU’

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La “fame” di energia elettrica forse prevarrà, come nel caso del Vajont, e farà dimenticare anche i morti: 2 che morirono, innondate dalle acque fuoriuscite dalla diga a seguito di una frana di roccia e terreno del . Era il 9 ottobre 1963. D’altra parte, si fa osservare, la vallata di Longarone è stata indennizzata, non soo con la ricostruzione. Perchè questo? C’è la volontà, quasi accordo, di sfruttare nuovamente – a circa 50 anni da quella tragedia  - le  acque del . A Pordenone i sindaci di Longarone, Castellavazzo, e Casso hanno trovato un’intesa in questo senso. La societa’ che gestira’ la e’ pubblica al 60%; l’impianto produrra’ 15 milioni di ora all’. Ci sono due associazioni contrapposte: sopravissuti e superstiti e quindi favorevoli e contrari. Ci sono progetti di fattibilità per sfruttare ancora il che sgorga a valle della diga bypassando la gigantesca frana finita nell’invaso. L’accordo coinvolge la società En&En, la ditta zoldano-friulana e Franchi con i tre Comuni. La Regione Friuli Venezia Giulia ha già concesso alle due società private l’autorizzazione allo sfruttamento delle acque. Non ci sarebbe bisogno del consenso delle amministrazioni comunali, ma il resta in piedi il problema morale. Comuqnue sia le giunte dei tre Comuni hanno deliberato di essere pronte a una partecipazione, attraverso Bim Gestione servizi pubblici, la società che gestisce il Servizio idrico integrato, ma non prima di avere sentito che cosa ne pensano gli abitanti nati prima di quel terribile 9 ottobre 1963. Un’eventuale società mista porterebbe nelle casse dei Comuni il 60 per cento degli introiti di un potenziale da 15 milioni di kilowattora l’. A produrli sarebbe una a Ponte Campelli, frazione di Castellavazzo a valle della diga. «Questo impianto – ha avuto mod di precisare a suo tempo Roccon, sindaco di Castellavazzo nonché presidente di Gsp – non interferisce nel bacino del Vajont, né reca turbative di carattere ambientale, in quanto l’acqua utilizzata viene subito scaricata a valle. La è di scarso impatto ambientale”. La questione è complessa e va al di là della semplice costruzione di un impianto. Anche il sindaco di Longarone, Roberto Padrin ha voluto far sapere come il suo punto di vista: stiamo cercando di trovare una soluzione che possa essere condivisa da tutti. Se da un lato l’impianto può portare notevoli benefici anche dal punto di vista economico alle popolazioni e ai Comuni, dall’altro dobbiamo tenere ben presente la questione morale. Non è nostra intenzione urtare la sensibilità di chi è sopravvissuto. Un invito alla prudenza e a un saggio ragionamento con la gente del posto è stato espresso pure da Luciano Pezzin, sindaco di Erto Casso. Poi ci sono due realtà: l’Associazione Superstiti, presieduta da Renato Migotti e il Comitato Sopravvissuti, guidato da Micaela Coletti. Longarone è in provincia di Belluno e la Regione Veneto, pur a conoscenza di questo orientamento, non si è pronunciata ufficialmente. La cronaca successiva sarà registrata puntualmente.



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